Non sono cortigiane. Le prime geisha erano uomini. E il loro mestiere è una delle arti più rigorose del Giappone.

Gion il quartiere delle Geisha

A Kyoto, nel quartiere di Gion, capita ancora oggi una scena che sembra uscita da un altro secolo.

Una ragazza attraversa un vicolo stretto in sandali di legno. Il kimono sfiora le pietre bagnate. I capelli sono raccolti in una pettinatura impossibile da rifare senza ore di lavoro. Cammina in silenzio, senza guardare i turisti che cercano di fotografarla.

Molti, vedendola, pensano di sapere chi sia.

“Una geisha.”

E subito, quasi automaticamente, nella testa di tantissime persone occidentali compare un’immagine sbagliata: quella della cortigiana elegante, misteriosa, seducente. Un equivoco così diffuso che, ancora oggi, in Italia la parola “geisha” viene spesso usata come sinonimo raffinato di prostituta di lusso.

Ma la realtà è completamente diversa.

La storia delle geisha è una storia di arte, disciplina, apprendistato e tradizione. Ed è anche una delle storie culturali più fraintese del Giappone.


Cosa significa davvero la parola “geisha”

La parola (芸者) significa letteralmente “persona dell’arte”.

  • Gei (芸) = arte
  • Sha (者) = persona

Una geisha, quindi, non nasce come figura sessuale. Nasce come artista professionista.

Il suo lavoro tradizionale consiste nell’intrattenere gli ospiti durante banchetti privati chiamati ozashiki, organizzati nelle storiche case da tè giapponesi (ochaya). Durante queste serate, la geisha danza, canta, suona strumenti tradizionali come lo shamisen, conversa con gli ospiti, serve il sake secondo rituali codificati e mantiene viva un’etichetta sociale che esiste da secoli.

Per diventare geisha servono anni di studio.

Bisogna imparare:

  • danza classica giapponese (nihon-buyō)
  • musica tradizionale
  • cerimonia del tè
  • calligrafia
  • poesia
  • composizione floreale (ikebana)
  • uso corretto del kimono
  • linguaggio formale di Kyoto
  • gestione della conversazione

In altre parole: una geisha è più vicina a una musicista classica o a un’artista teatrale che all’immagine erotica costruita dal cinema occidentale.


Perché in Occidente vengono confuse con le cortigiane

L’equivoco nasce dopo la Seconda guerra mondiale.

Durante l’occupazione americana del Giappone, molte prostitute che lavoravano vicino alle basi militari iniziarono a presentarsi ai soldati come “geisha girls”. Era un termine esotico, misterioso, capace di attirare clienti stranieri.

Le vere geisha, in quel periodo, erano quasi scomparse dalla vita pubblica. Durante la guerra il governo giapponese aveva chiuso molti quartieri tradizionali delle geisha e costretto numerose artiste a lavorare nelle fabbriche.

I soldati americani tornarono quindi negli Stati Uniti con un’idea sbagliata della parola “geisha”. Da lì, il cinema e la cultura popolare diffusero il malinteso in tutto l’Occidente.

Anche film famosissimi come Memorie di una geisha hanno contribuito a mantenere viva questa immagine ambigua.

La realtà storica, però, è diversa: geisha e cortigiane appartenevano a professioni separate, con regole, quartieri e funzioni completamente differenti.


La cosa che quasi nessuno sa: le prime geisha erano uomini

Ed è qui che la storia diventa ancora più sorprendente.

Le prime geisha della storia giapponese non erano donne.

Erano uomini chiamati taikomochi o hōkan.

Il loro ruolo esisteva già dal XIII secolo. Erano intrattenitori colti che lavoravano presso le corti feudali dei daimyō, i signori del Giappone medievale.

Facevano un po’ di tutto:

  • raccontavano storie
  • suonavano strumenti
  • conducevano cerimonie del tè
  • intrattenevano gli ospiti
  • organizzavano i banchetti
  • offrivano compagnia intellettuale

Durante i periodi di guerra svolgevano anche il ruolo di consiglieri e accompagnatori dei signori feudali.

Con l’inizio del lungo periodo di pace Edo (1603-1868), questi uomini si dedicarono esclusivamente all’intrattenimento artistico.

Le donne entrarono nella professione soltanto nel Settecento.

Una delle prime fu Kikuya, ex cortigiana di Edo che divenne celebre per la sua abilità musicale e iniziò a lavorare come onna geisha (“geisha donna”). Il successo fu enorme.

Nel giro di pochi decenni, le donne superarono numericamente gli uomini e la parola “geisha” iniziò a essere associata quasi esclusivamente alle artiste femminili.

Oggi, in tutto il Giappone, sopravvivono soltanto pochissimi taikomochi uomini.

Sono una delle ultime professioni viventi del Giappone medievale.


Come si diventa geisha oggi

Diventare geisha è ancora oggi uno dei percorsi formativi più rigorosi del Giappone.

A Kyoto, molte ragazze iniziano l’apprendistato a quindici o sedici anni entrando in una okiya, la casa dove vivono le geisha.

L’apprendistato si divide in diverse fasi.

1. Shikomi – il periodo più duro

La ragazza svolge lavori domestici, osserva le geisha più anziane e frequenta la scuola artistica del quartiere.

Impara:

  • disciplina
  • postura
  • linguaggio
  • comportamento
  • movimenti tradizionali

Molte abbandonano proprio durante questa fase.

2. Minarai – imparare osservando

La futura geisha inizia ad assistere ai banchetti veri, osservando le professioniste più esperte.

3. Maiko – l’apprendista

È la fase più famosa.

La maiko indossa kimono molto elaborati, acconciature tradizionali e trucchi distintivi. Studia ogni giorno danza, musica, canto e arti tradizionali.

La sera partecipa agli ozashiki insieme a una geisha senior che le fa da guida.

Questo apprendistato può durare anche cinque anni.

4. Erikae – “il cambio del colletto”

È la cerimonia che segna il passaggio da maiko a geisha professionista.

Il colletto rosso ricamato viene sostituito da uno bianco semplice. Cambiano trucco, acconciatura e stile del kimono.

Da quel momento la geisha è considerata un’artista completa.


Dove vederle in Giappone

Le trovi ancora oggi, soprattutto a Kyoto.

I quartieri storici più famosi sono le cinque hanamachi (“città dei fiori”):

  • Gion Kobu
  • Gion Higashi
  • Pontochō
  • Miyagawachō
  • Kamishichiken

Qui vivono e lavorano geiko (termine usato a Kyoto per indicarle) e maiko.

Camminando la sera per Gion può capitare di intravedere una maiko diretta verso una casa da tè. Ma bisogna ricordare una cosa importante: non sono attrazioni turistiche.

Negli ultimi anni Kyoto ha dovuto introdurre regole severe contro i turisti che inseguivano, fotografavano o toccavano le maiko per strada.

Osservarle con rispetto significa comprendere che si sta guardando una tradizione artistica viva, non un costume folkloristico.


Quante ne esistono oggi

Negli anni Venti del Novecento, in Giappone, ne esistevano circa 80.000.

Oggi ne rimangono poco più di mille in tutto il paese.

A Kyoto, tra geiko e maiko, sono poche centinaia.

È una professione in lenta diminuzione, mantenuta viva da ragazze giovanissime che scelgono ancora oggi una vita fatta di disciplina, studio e dedizione totale all’arte tradizionale.


La loro vera immagine

Forse il modo migliore per capire cosa sia davvero una geisha è smettere di immaginarla come simbolo erotico.

Una geisha è piuttosto un’artista che ha scelto di dedicare la propria vita alla conservazione di un mondo antico.

Dietro quel trucco bianco, quei kimono perfetti e quei movimenti silenziosi non c’è un mistero seduttivo.

Ci sono anni di esercizio.

Ore di danza ripetuta.

Canzoni memorizzate.

Regole tramandate da secoli.

E la decisione rarissima, nel mondo moderno, di restare fedeli per tutta la vita a una forma d’arte fragile e difficilissima.